Bosco Bello
Le Sopraelevate
Fagianaia Reale
Villa Litta Vedano Lambro
Parco di Monza

Dalle cacce del Re al Tempio della velocità

Dal Bosco Bello al Tempio della velocità

Il Parco di Monza, giardino imperiale, bosco di caccia, tenuta agricola modello costellata di ville, cascine e mulini. Questo itinerario di visita è un viaggio nella cultura storica del territorio che incrocia lungo il percorso il mito della velocità nel Novecento con la nascita dell’Autodromo Nazionale.

Distanza: 5,86 km a piedi adatto a tutti
Punto di partenza/arrivo: Viale Vedano 
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Partenza: L’itinerario percorre lo sterrato collocato tra le concessioni di Golf e Autodromo e conduce all’antica Selva dei Gavanti, il Bosco Bello. Prosegue poi verso il Serraglio dei Cervi.

Imboccando da Viale Vedano costeggiamo la pista di alta velocità con ai due lati le curve “sopraelevate”.
Costruite nel 1955, in un periodo in cui era forte la necessità di spingere le vetture verso prestazioni sempre maggiori. I progettisti, gli ingegneri Antonio Beri e Aldo Di Renzo, avevano un obbiettivo da raggiungere: permettere velocità medie elevatissime in condizioni di marcia uniformi, evitando cambi di marcia e l’uso dei freni. Si realizzò quindi un anello simile nello sviluppo a quello originale del  1922, ma di concezione più moderna. Il tracciato era costituito da due curve semicircolari con un raggio di circa 320 metri unite da due rettilinei di 875 metri ciascuno per una lunghezza totale del circuito di 4250 metri; l’inclinazione massima delle curve era dell’80% e avrebbe consentito ai piloti di raggiungere i 300 km/h.
Alcuni anni dopo, l’interpretazione del concetto di velocità prese due direzioni: in Europa si intese come ricerca di prestazione tecnica, in America come prestazione di velocità. Questa spaccatura determinò l’abbandono della pista e solo dalla fine degli anni ’90 si tornò a interessarsi al suo destino. 

Una curiosità all’ombra delle curve sopraelevate nasce il mito del personaggio  Francesco Bernoulli, la monoposto tricolore, nel film CARS 1 Disney.
"È stata una bella idea, sicuramente vincente", riconosce Guido Quaroni. Monzese classe 1967, a trent’anni è stato chiamato dalla Pixar per far vivere i cartoons con i suoi programmi.  Nel primo film il disegnatore è riuscito a mettere un pizzico del circuito di Monza con un polveroso curvone a parete ispirato alle Sopraelevate e un poster con la scritta Monza e una Ferrari sulla parabolica nell’officina di Luigi e Guido.

All’interno dell’anello sono presenti due grandi prati: il prato della Gerascia e quello del Roccolo. Sono raggiungibili attraversando il rettilineo dei cancelli, per cui consigliamo una breve divagazione.

Il Roccolo è un’architettura vegetale realizzata utilizzando alberi e arbusti piantati lungo un perimetro rettangolare o circolare. Specie utilizzata più frequentemente è il carpino, che ben si adatta a potature per regolarne la forma. Gli uccelli migratori attirati dai richiami si posavano sugli alberi e così venivano catturati per mezzo di reti ben occultate. 

Ci troviamo nel cuore della Selva dei Gavanti o Bosco Bello. Per immaginarla dobbiamo per un attimo cancellare il tracciato dell’Autodromo e riempirlo con alberi di carpino, quercia e acero. L’area boschiva esisteva già nel XIV secolo. Diradatosi nel tempo, il bosco fu ricostituito ad opera del Architetto Luigi Canonica, incaricato dai francesi di disegnare un “parco grande almneo il doppio di Versailles” utilizzando, oltre alla farnia, anche il carpino bianco, l’acero campestre e l’olmo campestre; successivamente, furono introdotte la quercia rossa, la robinia e il ciliegio tardivo.

Nell’antica selva misteriosa Selva dei Gavanti dapprima “ricettacolo di folletti” e di altre creature, venne eretto un tempietto dedicato alla Signora del Soccorso.
Dopo la venuta degli Spagnoli nel secolo XVII, dismessa la coltura di ogni genere, e dominando “dappertutto solitudine, orrore, ruina e lutto”, il “Bosco Bello” divenne “il ricetto dei folletti e della matta Tapina di cui havvi tradizione che solesse recarsi in Monza di notte tempo a scorrere le contrade col così detto carro matto a spargere la superstizione ed il terrore fra quegli abitanti, decaduti dal primiero spirito bellicoso che li aveva tanto caratterizzati e distinti negli scorsi tempi”.
Questa strana figura di signora dalle vesti logore con colori molto appariscenti scelse l’antica selva come sua dimora. E’ menzionata anche nella "Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto" curata da Cesare Cantù (1857): "Antica rinomanza ha questo luogo e diceasi selva dei Gavanti... Venuti gli Spagnuoli, spenta l'industria, fu soggiorno di streghe, e narravano che la matta Tapina si recasse di notte a Monza col carro matto ad atterrir la gente".
La sua figura sbiadita col passare degli anni la vede trasformata a seconda dei casi in curatrice esperta di erbe o strega che porta terrore. Essa rivive ancor oggi a mo’ di battuta scherzosa: “Mi sembri la matta Tapina” per redarguire benevolmente qualche piccina dal temperamento piuttosto vivace o, come si dice, “con l’argento vivo addosso”.

Nella zona del Bosco Bello, vengono anche progettati con la costruzione del Parco di Monza, i rondò di caccia da cui si dipartono le rotte per gli svaghi venatori della corte. Questa area era molto apprezzata nel periodo francese, asburgico ma soprattutto Savoia.

Ricordi reali e di caccia arrivano anche da Umberto Grillini, che in una sua cronaca del 1929 racconta che re Umberto a Monza cacciava quasi ogni giorno durante la sua lunga permanenza primaverile ed autunnale. Basta una visita agli appartamenti reali, d’altra parte, per scoprire le lunghe scaffalature dell’armeria del sovrano.

“I caprioli, sotto l’infallibile fucile del Re Buono, andavano a poco a poco scomparendo, ma al loro posto si intensificò, per desiderio del re, l’allevamento dei fagiani, coll’incubazione delle uova fatta colle tacchine. Vi era adibito apposito personale specializzato ed era una vera risorsa per moltissimi contadini dei cascinali vicini andare alla ricerca delle uova di formica perfino in Brianza, donde ritornavano carichi di tale cibo preferito dai fagiani”.E ancora: “Essi erano detti taponat ed erano i beniamini del re, che li conosceva tutti personalmente e li faceva ben rimunerare. Inoltre spesso il re stesso li ringraziava con una stretta di mano e con una lauta mancia, oppure offriva loro in dono un fagiano da lui ucciso ed essi ne andavano fieri e ne conservavano gelosamente le spoglie”.

“Per aumentare la fauna del Parco, re Umberto volle che si facessero venire delle pernici dalla Boemia, ma esse fuggivano tutte oltre la cinta del Parco non appena venivano messe in libertà, divenendo così facile preda dei numerosi cacciatori milanesi che pullulavano nelle campagne vicine. Vennero pure introdotti i conigli selvatici, ma fu un vero disastro per la superba vegetazione del Parco perché vi distruggevano una grande quantità di piante. Per annientarli non bastarono le frequenti battute cosicché si dovette ricorrere ai furetti, alle tagliole ed alle reti. Perfino la Regina Margherita ebbe a spaventarsi della strage che i conigli recavano ai giardini che ella curava affettuosamente, coadiuvata dalle sue dame da un nugolo di giardinieri. E allora, armata di un corto fucile fattole fabbricare apposta dal Re, attendeva al varco i distruggitori dando loro la caccia con discreto successo, ma soprattutto con grande diletto”.

La porta di accesso è il Serraglio dei Cervi, costruzione ottocentesca in stile neogotico che immetteva nel recinto della grande selvaggina utilizzata per le battute di caccia: cervi, daini e caprioli. che venne chiuso dopo il 1850 a causa dei continui danni provocati all'agricoltura. 

Proseguendo si arriverà alla strada che costeggia l’Autodromo. Guardando a destra noterete un'edificio di color rosa in stile tudor realizzata nel XIX secolo, Villa Litta. La residenza divenne famosa perché qui vi soggiornò Eugenia Litta Bolognini, apprezzata amante del Re Umberto I. La duchessa, ricordata per la sua particolare bellezza, incontra il Re buono a una festa di Carnevale in maschera. Quella notte nasce la loro passione.

Appena prima dell’ingresso neogotico di Porta Vedano che riconoscerai per l’arco che la sovrasta chiudi gli occhi e immagina un luogo fatto di erbe alte dove venivano allevati i fagiani per le cacce la “Fagianaia ungherese”. Proseguendo su Viale Vedano potrai incontrare invece l’altra “Fagianaia all’italiana realizzata dall’arch. Giacomo Tazzini nel 1838.