Impostazione culturale dell'intervento
Villa Reale

Impostazione culturale dell'intervento

Impostazione culturale dell'intervento

“Recupero e valorizzazione
della Villa Reale di Monza e dei Giardini di pertinenza”

A.  Introduzione

L’idea di progetto presentata in occasione del concorso è stata redatta in espresso riferimento allo spirito e alla lettera del Bando Integrale di Concorso e del Documento Preliminare alla Progettazione predisposti, appositamente, dalla Regione Lombardia e dal Comune di Monza.

Da essi risultava la singolarità del tema che richiede, al di là del consueto approccio in termini di restauro, conservazione materiale e valorizzazione del bene culturale, costituito nella fattispecie dalla Villa e dai Giardini di pertinenza[1], di sviluppare suggerimenti e proposte, anche pre-progettuali e, in certo modo, di fattibilità, che fossero in grado di favorire il pieno reinserimento del complesso monumentale (riconoscibile, in prima istanza, nell’intero parco) nella vita e nella realtà territoriale monzese e, più ampiamente, lombarda, non senza proiezioni più estese.

(…)

(…) considerare questo come un semplice tema edilizio o poco più significa sbagliare la prospettiva culturale entro cui inquadrarlo e non rispondere, di fatto,  alle richieste, ben esplicitate nei documenti concorsuali,  di un’autentica, difficile ma non impossibile, strategia di rivitalizzazione  del complesso. Infatti la chiusura della Villa su se stessa, immediatamente successiva alla morte del re  Umberto I, si è identificata col suo progressivo, inarrestabile degrado.

Oltretutto la vocazione territoriale della Villa e del parco è un dato storico evidente, sia nella concezione originale settecentesca sia nella sua conseguente traduzione e definizione  architettonica e paesaggistica sette-ottocentesca ed anche, sotto certi aspetti, novecentesca.

Per quanto concerne, più da vicino, il progetto di restauro architettonico, oltre che di recupero e valorizzazione del monumento e degli annessi giardini, il progetto si è attenuto, anche in questo caso,  strettamente al Bando e al Documento Preliminare ora aggiornato

Quale nuovo edificio, a parte le proposte sviluppate solo a livello di fattibilità,  si sono concepiti solo il Centro Benessere nella zona dell’attuale tennis e la nuova Serra, quasi un giardino d’inverno, antistante l’edificio ex-Borsa; per tutto il resto si è proceduto in termini di restauro e recupero, nel rispetto delle indicazioni di metodo, eminentemente conservative, proprie della disciplina.  Ciò a costo di sembrare rinunciatari sul piano architettonico (il che, in effetti, non è per il semplice fatto che di progettazione se n’è sviluppata molta, vista la complessità del tema, ma sempre in modo commisurato e soprattutto rispettoso dell’importante preesistenza storica). Si è, quindi, volutamente evitato ogni intervento o inserimento invasivo, ‘gestuale’  o gratuito, come la creazione di volumi emergenti accanto a quelli antichi già in perfetto equilibrio figurativo fra loro, come l’esecuzione di scavi non strettamente indispensabili o ricadenti in zone storicamente pregiate, come la copertura di cortili e spazi in origine aperti.. 

Si è voluta rispettare, per la serietà che il tema stesso imponeva, la natura tipologica, linguistica e storica dell’architettura esistente, reintegrando (come si potrebbe fare in un quadro o in un affresco) le piccole lacune e preoccupandosi di fare rifluire la nuova vita nelle antiche strutture agendo, però, sempre nell’osservanza dei criteri prudenziali codificati dalla disciplina del restauro dei beni culturali: minimo intervento, non invasività, potenziale reversibilità, compatibilità di antico e nuovo, riconoscibilità delle nuove opere. Ciò al fine di tutelare il ‘testo’ antico oggetto dell’intervento e di tramandarlo al futuro nelle migliori condizioni di conservazione ma anche di leggibilità storica, con riguardo alla complessità delle sue fasi cronologiche di cui l’attuale costituirà una fra le tante, auspicabile espressione d’una moderna sensibilità e capacità in materia.

(…).

B.   Finalità dell’intervento

 

1.   Descrizione delle motivazioni dell’intervento e sue finalità

 

Richiami di principio e di metodo    

Le indicazioni enunciate nel Documento Preliminare alla Progettazione (DPP, ora DPPA) definiscono chiaramente la direzione “conservativa” e “rivelativa” (Carta di Venezia, 1964, art. 9) verso la quale s’è indirizzata la proposta progettuale, enunciando tuttavia l’esigenza d’una  forma di “cintegrata” (Dichiarazione di Amsterdam, 1975, a conclusione dell’Anno europeo del patrimonio  architettonico), vale a dire non attenta soltanto alla perpetuazione materiale del bene o, come si suol dire, “delle sole pietre”  ma anche all’attribuzione di una funzione o, meglio, di un’articolata pluralità di funzioni, “compatibile” col bene stesso. Si potrebbe anche parlare d’intelligente ‘valorizzazione’ se il termine non fosse un po’ abusato e non lasciasse implicitamente prevalere le ragioni dell’economia su quelle, primarie, della tutela di memorie di storia, di civiltà  e di bellezza. In questo senso il rapporto fra conservazione e riuso deve  mantenersi nel giusto ordine di un ‘fine’ (la conservazione appunto) rispetto ad un ‘mezzo’ (il riuso, fondamentale strumento di conservazione, specie in considerazione del fatto che i monumenti si degradano e si perdono soprattutto per abbandono e disaffezione, proprio come il caso della Villa di Monza testimonia nel suo ultimo secolo di vita).

Accogliendo quindi le indicazioni fornite, in accordo con gli organi statali di tutela, dal DPPA circa le possibili  ipotesi di rifunzionalizzazione (…), si ritiene utile richiamare invece i fondamentali principi-guida del restauro modernamente inteso, due dei quali, la compatibilità e la reversibilità già espressamente richiamati dal DPP: oltre alla ‘reversibilità’ quindi (che deriva dalla convinzione che quanto si fa è frutto, comunque, di una nostra ipotesi valutativa e progettuale, che dev’essere sempre  perfettibile in futuro senza danno per l’originale) ed alla ‘compatibilità’ (da intendersi correttamente in senso fisico-chimico, relativamente alla sperimentata non nocività dei nuovi materiali introdotti, dal restauro, nell’antico organismo; ma anche come compatibilità ‘figurativa’, che non significa imitazione o ricalco stilistico come spiegherà meglio il successivo paragrafo), si rammentano il  criterio del ‘minimo intervento’ (o della ‘non invasività’) oltre a quello della ‘distinguibilità’ (o, se si vuole, della ‘autenticità espressiva’) delle nuove aggiunte e delle integrazioni rispetto all’antico. Distinguibilità non ostentata ma garbatamente proposta ad un’osservazione, a vista, appena attenta, come segno di rispetto autenticamente filologico del testo antico, reintegrato se necessario, risanato, modificato anche dal semplice atto rigorosamente conservativo, ma senza confusione alcuna delle carte della storia, lasciandolo leggibile nella sua complessa vicenda. Questa, nel caso della Villa stessa, con riguardo tanto all’architettura quanto, a maggior ragione, ai giardini, non si ferma al Settecento ma attraversa l’Ottocento e, pur in tono minore, il Novecento, con trasformazioni continue, adattamenti funzionali e aggiornamenti decorativi.

Il forte legame, proprio della  Villa fin dalla sua nascita, fra architettura, disegno urbanistico e paesaggio ha richiesto l’adozione di una metodologia unitaria, estesa anche, in via di principio, alle decorazioni interne ed alle severe ma raffinate articolazioni di facciata; unità di «opera d’arte totale» (di Gesamtkunstwerk, secondo la specifica dizione dell’estetica filosofica) quale la Villa è (e dovrebbe tornare ad essere, anche con l’apporto di vene di creatività moderne e di buon design, come il DPPA lascia giustamente intendere) che implica un’unità teoretica e metodologica del processo di restauro, dove anche i giardini e il paesaggio siano intesi, pur nella loro specificità di ‘natura vivente’, entro un progetto unitario. A ben vedere inoltre, e le Carte sul restauro dei giardini sembrano confermarlo, i principi sono sostanzialmente gli stessi, mentre diverse sono, naturalmente, le tecniche e le specifiche competenze professionali in gioco.

 

L’architettura dentro l’architettura

Le azioni progettuali innovative richiedono lo svolgimento di qualche osservazione sul tema del linguaggio architettonico da impiegare nei nuovi inserimenti entro le preesistenze: tema nel quale il dibattito degli ultimi decenni soprattutto in area italiana ha portato molti contributi, che hanno utilmente specificato – ancorché in termini generali – la controversia «antico non antico».

Il linguaggio al quale ci si riferisce è ovviamente quello della contemporaneità, nell’accezione più vasta: cioè della complessa stratificazione formale che l’architettura della modernità ha prodotto fino ad oggi. Da questo dibattito è conseguita in primo luogo una presa di distanza dalle forme desunte da modalità compositive d’impianto astrattizzante, quali per esempio quelle del razionalismo funzionalistico o del recente decostruttivismo. Una presa di distanza che ha portato l’attenzione verso un linguaggio che, senza rinunciare ad un sentire contemporaneo, si proponga di trovare riverberi e consonanze con i contesti ambientali, urbani o edilizi nei quali viene impiegato. Una tendenza di architettura che tenda ad una attiva contestualizzazione è quella che meglio di ogni altra può risolvere il problema di inserire l’innovazione nel restauro: ciò, naturalmente, ferme restando le precauzioni di limite e di rispetto dei valori della preesistenza.

Occorre esplicitamente chiarire che questa tendenza non mira «a nascondere» con forme e figure architettoniche «neutre» il nuovo nella preesistenza, così come è stata regola del cosiddetto «moderno ambientato» divulgato nei decenni passati. Essa aspira invece a presentarsi nei contesti storici con il volto e la suggestione di oggi, ma al tempo stesso non vuole, con le sue figure, contrastare o sconvolgere l’equilibrio figurativo del contesto entro cui si inserisce. Compito del nostro tempo infatti non è quello di «copiare o rifare il verso» a modalità stilistiche del passato, ma di coglierne le impronte, reinterpretarne i caratteri nella chiave del linguaggio dell’oggi e infine condurre a sintesi nuove le suggestioni suscitate dalla struttura figurativa della preesistenza. In sostanza forme atte a rispondere sia alle nuove esigenze d’uso che all’«ascolto» dei valori del contesto evocato.

Destinazioni d’uso principali

Premesso che, per le sorti future della Villa, sarebbe auspicabile la sua unificazione sotto un unico proprietario o, almeno, sotto un unico gestore, capace di assicurare un ruolo davvero elevato ed anche di livello internazionale al complesso (utilizzando sia le qualità intrinseche al manufatto ed al suo ambiente, sia la notorietà stessa del vicino autodromo, da intendere, almeno nei tempi brevi, non come un danno ma come una risorsa e una speranza per l’invocato autosostentamento economico della Villa), va anche detto che le funzioni da ospitare dovranno essere molteplici e varie. Ciò per garantire una ‘continuità’ di vita del monumento, al di là delle occasioni, delle ciclicità stagionali o di circostanze legate ad eventi straordinari; una vitalità quotidiana, anche blanda e, in prima istanza, legata a semplici esigenze locali, è la prima garanzia di buona conservazione del manufatto che sarà così oggetto di un’attenzione, anche indiretta, continua, l’unica in grado di segnale per tempo eventuali danni che si dovessero verificare. Solo su una base di buona cura quotidiana si può pensare a costruire quell’attrattiva ulteriore (…), legata, per esempio, a possibilità residenziali temporanee, in occasione d’incontri internazionali di alto livello. Ma anche in questo caso sarebbe necessaria una grande cura nell’affidamento della gestione degli spazi, ben al di là del loro, pur perfetto, restauro. È nuovamente un problema d’ispezione e di manutenzione che non si deve trascurare se si vuole evitare il rischio degli inconvenienti tipici degli edifici sostanzialmente non utilizzati e momentaneamente rimessi in vita per occasioni straordinarie che finiscono col trasformarsi, perlopiù, in imbarazzanti circostanze  di collaudo o di malfunzionamenti (soprattutto dei sistemi impiantistici).

Da qui l’importanza, come già in molte dimore nobili europee, d’un ‘programma di manutenzione’ economicamente sostenibile (come nel caso dei beni della Corona Inglese: Conservation management), eventualmente associato ad un ‘monitoraggio economico ’ (come nei palazzi reali svedesi), ad un ciclo di controlli e d’ispezioni (residenze reali norvegesi, Palazzo Reale di Madrid) ed, in ultimo, ad un ‘servizio per la conservazione ’ (come nel caso del Palazzo del Quirinale in Roma) o almeno ad una figura di responsabile della cura e dei costi (come a Versailles in Francia).

 

2.   Descrizione generale delle soluzioni progettuali

 Le operazioni conoscitive

La conoscenza del manufatto, base irrinunciabile del progetto, è stata raggiunta con una serie di operazioni, sinteticamente così indicate:

- indagini conoscitive (‘dirette’ e ‘indirette’, vale a dire estese dalla ricerca documentaria, bibliografica, iconografica a quella fondata sul rilievo del manufatto, in gran parte accuratamente predisposto  dal Politecnico di Milano, oltre che su altre, apposite analisi);

-  valutazione dei risultati del monitoraggio strutturale e interpretazione diagnostica;

-  analisi del degrado strutturale e definizione del quadro fessurativo;

-  analisi dei materiali costituenti l’architettura in sé, gli apparati decorativi (stucchi, intonaci ecc.),  le finiture (pavimenti, infissi ecc.) e valutazione del loro degrado;

- analisi degli elementi e degli impianti tecnologici.

Analogamente ci si è comportati nei confronti dei giardini, riservando loro una pari, specifica attenzione. 

Tra le analisi di laboratorio e i saggi diagnostici, tendenzialmente limitati, sono stati preferiti quelli che non comportavano manomissioni né alterazioni strutturali.

Sulla base dei risultati conseguiti sono state sviluppate le ipotesi di progetto, senza tuttavia chiudere la strada, com’è giusto che avvenga nel caso di restauro, ad eventuali aggiustamenti, anche introducendo ulteriori tipologie di analisi, in sede di approfondimento progettuale definitivo e, soprattutto esecutivo. Tale flessibilità è connaturata ai caratteri stessi dell’atto di restauro, nel quale non si può mai separare nettamente la fase analitica e diagnostica da quella di progetto né questa da quella di cantiere costituendo esse, almeno concettualmente, un processo unitario e, a suo modo, perennemente ‘progettuale’; la pluralità di forme di degrado (legate alla pluralità di materiali, lavorazioni, condizioni mutevoli di rischio e di esposizione agli agenti atmosferici) già ora riscontrabili sul monumento, inoltre, non fa che confortare un atteggiamento di questo tipo.

(…)

C.  Il progetto di restauro della Villa e dei corpi annessi

 

7. Interventi previsti, criteri di restauro e tecnologie impiegate nel progetto

Fatta salva e riconfermata con decisione la strategia conservativa dei valori storico-artistici, che costituisce asse portante dell’attuale progetto di restauro, vale la pena svolgere qualche considerazione sulla modalità formale degli interventi connessi ai necessari adeguamenti da realizzare.

Le azioni progettuali innovative richiedono lo svolgimento di qualche osservazione sul tema del linguaggio architettonico da impiegare quando, come a Villa Reale, esse si inseriscono entro una preesistenza di alto prestigio: tema nel quale il dibattito degli ultimi decenni, soprattutto in area italiana, ha portato molti contributi che hanno utilmente specificato e consolidato positivamente, in termini generali, il tema controverso dei rapporti instaurabili tra “antico e nuovo” nei contesti storico-artistici.

Il linguaggio al quale ci si riferisce è ovviamente quello della contemporaneità, nell’accezione più vasta: cioè selezionata dentro la complessa stratificazione formale che l’architettura della modernità ha prodotto fino ad oggi. Da questa attenzione è conseguita, in primo luogo, una presa di distanza dalle forme architettoniche desunte da modalità compositive d’impianto astrattizzante, quali per esempio quelle del razionalismo funzionalistico o del recente decostruttivismo, o di altre estroverse sperimentazioni contemporanee. Una presa di distanza che ha portato l’attenzione verso un linguaggio che, senza rinunciare ad un sentire contemporaneo, si proponga di trovare riverberi e consonanze con i contesti ambientali, urbani o edilizi nei quali viene impiegato. Una tendenza di architettura che sappia farsi carico di una ‘attiva contestualizzazione’ è quella che meglio di ogni altra può risolvere il problema di inserire nel restauro - rispettando l’equilibrio formale storicamente consolidato - l’autenticità del sentire contemporaneo: senza introdurre tensioni e contrasti nel monumento entro cui si viene ad operare e tenendo ferme le precauzioni di limite e di rispetto dei valori della preesistenza, nel rinnovamento richiesto dalle nuove funzioni introdotte.

Parallelamente questa scelta non mira ‘a nascondere’ con forme e figure architettoniche ‘neutre’ il nuovo nella preesistenza, come pure è stato teorizzato dal cosiddetto “ambientamento” divulgato nei decenni centrali del Novecento. Essa aspira invece a presentarsi con il volto e la suggestione dell’oggi, ma al tempo stesso non vuole con le sue figure contrastare o sconvolgere l’equilibrio figurativo delle preesistenze. Compito del nostro tempo infatti non è quello di «copiare o rifare il verso» a modalità stilistiche di altri tempi, ma di coglierne in una linea di continuità le “impronte”, reinterpretarne i caratteri, nella chiave del linguaggio dell’oggi: facendo maturare sintesi nuove, nelle parti innovative da introdurre, frutto delle suggestioni suscitate e reinterpretate dalla struttura figurativa preesistente. In sintesi forme atte a rispondere sia alle moderne esigenze d’uso che all’«ascolto» dei valori del contesto evocato.

Se, come detto, ogni intervento di restauro è un intervento di architettura, di fatto però esso si distingue dalla progettazione del nuovo: per essere immerso in un contesto architettonico preesistente, che impone un particolare colloquio di connessione tra preesistenza architettonica e nuova progettualità. Un colloquio che mette in gioco i rapporti di fondo del progettare, ma senza negare le modalità creative del progetto stesso.

Nel senso che ogni scelta progettuale deve non proporsi come componente auto-giustificantesi nel solo processo formativo, quale pure è stato patrocinato nella progettazione del nuovo di matrice avanguardistica o derivata da questa: cosa che non è vera neanche in assenza di preesistenza, visto che anche nel progetto nuovo comunque ci si confronta e ci si colloca in un “intorno” - naturale, antropizzato, o parzialmente costruito - con cui e da cui non si può prescindere. Un rapporto che vale sia per i condizionamenti che impone, soprattutto nelle scelte iniziali del processo progettuale, sia però ulteriormente suggerendo anche sviluppi creativi all’esercizio compositivo.

Il progetto di restauro, quindi, costituisce una specificazione del più generale processo progettuale, centrato in un atteggiamento di connessione fra momento dell’esistente e momento innovante. In questo sempre aperto rapporto si concretizza l’intensità contestualizzante, l’ascolto formativo che caratterizza ogni percorso progettuale. Il quale a volte arriva, come nel caso della Villa Reale di Monza, a definire nella stessa opera carature diverse nella sintesi formativa: a seconda che col nuovo progetto si ricompongano parti perdute dell’opera, che la valutazione critica ritiene necessarie ad una risposta funzionale ed estetica efficace nei confronti dell’utilizzazione nuova a cui è finalizzato l’intervento, sia che si portino all’evidenza di nuova fruizione estetica parti opacizzate nei valori da superfetazioni aggiunte nel tempo; sia che si aggiungano attrezzature ed elementi nuovi indispensabili all’uso e alla sicurezza richiesta oggi (scale, ascensori, montacarichi ecc.); sia che si cerchi di riportare in evidenza aspetti formali (coloriture, elementi di decoro ecc.) attribuiti o negati da improvvide trasformazioni subite dal monumento nel tempo.

La particolare complessità del monumento, l’evidenza qualitativa nel caso della Villa Reale di Monza ha determinato un progetto di restauro che si è svolto lungo sviluppi di linee espressive e solutive su tutte e quattro le ipotesi conformative sopra segnalate.

Esso ha dovuto cioè svilupparsi in flessioni di sintesi progettuale organicamente connesse alla tematica espressiva della preesistenza.

A.   Ricomporre parti della Villa distrutte perché necessarie per restituirne l’entità funzionale iniziale, la cui perdita ha fatto venire meno l’unità dell’organismo, privandolo di caratteri importanti. (….)

B.    Riscoprire una qualità specifica esistente nell’edificio: la particolare qualità in immagine ed in valenza storica depositata nell’interessantissimo “paesaggio” a capriate del sottotetto nel Corpo Centrale, maestoso esempio di tecnologia di carpenteria del Piermarini. Quasi cancellato dalle utilizzazioni e superfetazioni utilitaristiche dei tempi successivi, del tutto incongrue e costituenti veri e propri ammaloramenti dell’immagine generale.

Recuperare una funzione espressiva coordinatrice nell’immagine dello spazio esterno, importante per i principali rapporti volumetrico-geometrici tra Corte e volumi introduttivi della bassa fontana  degli anni ’30 del secolo scorso ora degradata, ma presente al centro dell’asse visivo di ingresso alla Villa.

In questa stessa tematica di trasformazioni storiche, vengono riadattate alle nuove esigenze le due stanze iniziali dell’appartamento della Duchessa di Genova al secondo piano nobile. Si toglie la parete ammalorata e semidistrutta, lasciando la zoccolatura a testimonianza della trasformazione dei due ambienti, e sorreggendo opportunamente il controsoffitto a vela della prima stanza, ma viene recuperata l’unità organica ponendo in vista, nel secondo locale, la struttura piermariniana.

C.    Introdurre un complesso sistema di nuove strutturefunzionali e tecniche, necessarie a rendere compatibile il manufatto storico con le molteplici nuove funzioni richieste dalla Committenza: per manifestazioni di alto prestigio culturale, museali, convegnistiche, di rappresentanza, di residenze specializzate, di convegnistica, di studio per specializzazioni post-universitarie.

D.   Ripensare in maniera organica una condizione unitaria nella immagine coloristica delle pareti esterne della Villa Reale, attualmente innaturalmente diversificate nella loro realtà coloristica, a causa di successivi sovrapposti interventi sulle sue facciate esterne: sia nei lati esterni verso la Villa che in quelli interni verso la Corte.

Attraverso queste quattro modalità di intervento la strategia di contestualizzazione progettuale a cui sopra si è accennato, si è concretizzata modulandosi in diversificate specifiche scelte.

Ricomposizione di parti perdute ed eliminazione di superfetazioni

Riqualificazione e messa in valore di qualità esistenti ma superfetate: spazio dei sottotetti nel Corpo Centrale

Un carattere originario di grande qualità, ora nascosto e manomesso dalle utilizzazioni del secolo passato, è quello che caratterizza tutto il piano sottotetti del Corpo Centrale. In effetti in tale vasta superficie è vistosamente presente, ancorché mascherata da tramezzature e schermi, un’interessantissima soluzione di complesse capriate che definiscono la volumetria e la copertura del tetto emergente sulla parte centrale della Villa: grande copertura, con un sistema di capriate doppie aventi appoggio sui muri di facciata e sul muro longitudinale posto al centro del corpo di fabbrica.

A questa stesura sono poi sovrapposte, in affiancamento, due ulteriori minori capriate sostenenti la parte più alta del grande tetto. Una realtà costruttiva che attualmente è mascherata da muretti di fodera e soffittature posticce, mentre essa ha invece un notevole valore, sia come documento di carpenteria in legno settecentesca, sia come immagine emergente per tutto lo spazio del vasto sottotetto.

La prevista nuova destinazione d’uso di luogo per ristorazione di alta qualità, dipendente dalle magnifiche vedute di affaccio sul Parco e sul Vialone d’accesso alla Villa, fruite dalle grandi sale centrali e terminali del piano sottotetto, la nessuna qualità delle suddivisioni a tramezzi e soffittature posticce che ottundono la fruizione del potenziale recupero del “paesaggio” a capriate in vista, hanno determinato la scelta di una netta eliminazione delle superfetazioni, col risultato perseguito di valorizzazione contemporanea di tutto il grande sottotetto.

Il riscoperto vasto spazio sarà così suddiviso dalle due grandi sale centrali con affacci ad Est ed Ovest e dalle due medie sale poste sulle terminazioni del corpo centrale, da una riconquistata galleria longitudinale centrale illuminata dall’alto da preesistenti prese di luce, da ulteriori piccoli ambienti di servizio a tutto il piano.

Col risultato di una nuova fruizione, emergente dalla sensibilità contemporanea: interessata alla presenza ed alla molteplicità dei valori tecnologici e costruttivi impliciti nella costruzione originaria perduti sotto le superfetazioni. Una realtà ora ritrovata e proposta a qualificare il grande ristorante.

Adeguamenti legati alla  nuova fruizione contemporanea della villa

SCALE DI RISALITA, ASCENSORI-MONTACARICHI, COMPARTIMENTAZIONI DELL’EDIFICIO, LINEE DI FUGA, SERVIZI IGIENICO-SANITARI, ATTREZZATURE VARIE CONNESSE ALL’USO.

Il molteplice quadro di interventi elencati costituisce la serie degli elementi necessari per consentire un adeguamento del monumento alle nuove funzioni con cui esso dovrà affrontare l’uso del tempo d’oggi; le quali consentiranno di sottrarre l’organismo settecentesco all’abbandono attuale e determinarne il decollo nella vita contemporanea.

La loro articolazione è dettagliatamente esposta nelle Tavole del progetto di restauro edilizio relative al corpo principale della Villa, a cui si rinvia: sia per le specificazioni costruttive che per l’inserimento nella fabbrica storica.

Questi nuovi inserti sono stati definiti prevalentemente il più possibile con materiali e tecnologie contemporanee, cioè in acciaio, vetro antisfondamento e vetrature REI; saranno autoportanti e collegati alle murature esistenti, senza sconnetterle nella loro integrità. Saranno cioè limitati al minimo indispensabile i tagli dei solai attraversati dagli inserti verticali e le risarciture, come indicato nei disegni. Cosa analoga e stesso criterio valgono per le compartimentazioni da inserire nei blocchi edilizi. Le quali sono pensate in vetrature antisfondamento sviluppate a tutta altezza entro gli spazi in cui sono previste, nei corridoi o negli altri luoghi in cui compaiono.

In particolare questa attenzione sarà portata nella esecuzione dei nuovi corpi scala: sia in quelli attraversanti tutti i piani, che in quelli di connessione limitata al alcuni livelli. Tutti gli  inserimenti che sono stati previsti in modo da ridurre al minimo la manomissione della realtà dei piani nobili attraversati e delle sale di più prestigiosa qualificazione.

 

Il problema delle coloriture delle facciate esterne

Un aspetto molto importante della realtà formale della Villa Reale di Monza è quello delle coloriture delle sue facciate. Per essere un elemento di finitura superficiale non sempre, nelle grandi fabbriche, è affrontato unitariamente come meriterebbe, data la sua estensione e spesso è sostituito da interventi parziali in connessione con interventi di restauro o di riqualificazione su ammaloramenti locali più cogenti e urgenti. Donde il rincorrersi in tempi diversi di coloriture differenti su parti diverse del monumento. Cosa capitata più volte nel tempo nel caso delle facciate della Villa Reale, come testimoniano le molteplici, contrastanti  e parziali tinteggiature attuali o dei decenni precedenti, a cui si fa cenno con le fotografie  allegate.

Nel caso dell’attuale restauro si è pensato necessario avviare, parallelamente al progetto preliminare, uno studio organico del problema: al fine di raccogliere tutti i dati, i suggerimenti, e di sciogliere i dubbi e le perplessità che la situazione attuale delle facciate

suscita.

Le quali presentano ora una situazione di indefinitezza: stante la loro suddivisione in tre principali soluzioni contrastanti. Quella della dominante finitura rossastra molto slavata e discontinua della facciata nel lato sud del corpo principale; quella della più morbida situazione a dominante bicolore, giocata tra fondo bianco e paraste a fasce e tabernacoli di finestre color ocra; quella dell’ulteriore accordo tonale bianco-ocra più morbido giocato tra paraste-fasce e inquadrature delle finestre nella facciata della Corte di ingresso. Una situazione cioè molto caotica: a sua volta ulteriormente diversa dalla coloritura realizzata dal Piermarini alla conclusione dell’organismo, descritta da specifici documenti e documentata nelle figure allegate nelle quali la tonalità generale della fabbrica vive sul coordinamento di leggere modulazioni bianco-grigio giocate tra fondo (pareti) e membrature (paraste e fasce).

A fronte della situazione problematica, ora esistente sia tra le attuali diverse facciate, sia  rispetto alla vibrante delicata caratura della bicromia bianco-grigia del Piermarini, è necessario pervenire ad una sintesi che definisca compiutamente il problema. Cosa che per ora si può soltanto avviare dando corso ad uno studio sistematico - con stratigrafie, analisi chimiche, raccolta di documentazioni pittoriche e fotografiche del tempo attraversato dall’opera - onde decidere la soluzione definitiva atta a superare l’attuale confusione formale. Vale a dire con una campagna conoscitiva da cui far scaturire la decisione da porre in attuazione, allorché si passerà dalla fase del progetto preliminare alla fase della stesura del progetto definitivo della Villa Reale di Monza.

Metodi e tecniche per il restauro

All’esterno si prevedono riparazioni localizzate sui prospetti già sottoposti a restauro e che presentino i primi segni di nuovo degrado; poi l’eliminazione dei fenomeni di risalita dal terreno dell’umidità, derivante non tanto da acque di falda quanto dalla dispersione superficiale di acque piovane, per danni ai discendenti ed al sistema fognante.

Per quanto riguarda il fronte sud, non ancora restaurato, si dovrà seguire il criterio già usato per gli altri prospetti dalla Soprintendenza ma con qualche ulteriore accorgimento conservativo. Si dovrebbe, tuttavia, qui evitare il rinnovo spinto dei colori e verificare la possibilità di procedere per velature che lascino trasparire la materia originale e tutelino il senso di antico delle superfici stesse, segnate dal tempo e dai successivi mutamenti di gusto.

Negli interni dovranno, a tempo debito, prevedersi, secondo la progressione delle fasi progettuali e di:

a)      documentazione fotografica generale;

b)      rimozione di ingombri (materiali depositati ecc.) e di eventuali macerie;

c)      rilevamento architettonico di precisione (già in gran parte effettuato dal Politecnico di Milano);

d)     schedatura dei singoli ambienti e delle loro superfici (mappatura dei materiali e del degrado);

e)      verifica dello stato di conservazione di pavimenti, intonaci, eventuali bocche di lupo o prese d’aria, relative grate in ferro, finestre, serramenti, eventuali tracce di antichi impianti tecnici (illuminazione, adduzione e smaltimento delle acque, riscaldamento), per stabilire se conservarli in uso, fuori uso o se rimuoverli perché potenzialmente dannosi;

f)       eventuali reintegrazioni murarie e consolidamenti;

g)      immissione di nuovi elementi tecnologici, impiantistici e d’eventuali nuovi elementi divisori o di tamponamento, secondo progetto e per esigenze strettamente funzionali, nel rispetto dei criteri del ‘minimo intervento’, della non invasività, della ‘reversibilità’ (o ‘rilavorabilità’) e della più agevole manutenibilità nel tempo;

h)      previa pulitura, interventi conservativi e reintegrativi su pavimenti, pareti, soffitti, volte, pietre e intonaci, infissi, legni e ferri, pitture e ornamentazioni: solo in caso d’assoluta impossibilità, interventi sostitutivi e innovativi.